“LA FASCIA, IL SISTEMA CHE CONNETTE TUTTO”

Approccio osteopatico al corpo nella sua globalità


Partendo dalle ultime pubblicazioni, notiamo come negli ultimi anni la scienza stia mettendo alla luce sempre più la visione di come il corpo funzioni alla stregua di un grande network – Psico/Neuro/Endocrino/Immunologico (PNEI), nel quale ogni organo svolge le proprie funzioni in stretta interazione con altri sistemi per il mantenimento di un equilibrio omeostatico. Si sta dunque abbandonando la visione riduzionista di un corpo scomposto nelle sue diverse parti con funzioni limitate alla specificità dell'organo e si sta lasciando il posto ad uno scenario biologico molto complesso (apparentemente caotico), dove ciascuna attività è correlata con tutte le altre tramite comunicazioni multimodali e multidirezionali.



Fig. 1


Questa nuova prospettiva sta facendo emergere l’importanza dello stile di vita per sviluppare e mantenere nel tempo abilità psicofisiche e capacità di adattamento. In questa nuova visione dell'essere umano assumono una grande importanza le funzioni svolte dai messaggeri neurochimici per la diffusione delle informazioni da e verso il cervello a tutti i distretti corporei (dal centro alla periferia e viceversa) per svolgere funzioni complesse indispensabili alla vita. Sulla base di questo concetto è dunque fondamentale inquadrare quella che nel dizionario medico ed osteopatico viene definita come FASCIA.

Che cos’è ed a cosa serve?

Secondo la terminologia di Boston, a cura della “FASCIA Research Society”, la FASCIA è un tessuto ininterrotto a più dimensioni che permea TUTTO il corpo fornendo protezione, mobilità e nutrimento. Questa, definibile anche come tessuto connettivo, è essenzialmente composta da due elementi principali (Fig. 2):

1) Le Cellule à Fibroblasti, fribrociti, condroblasti, condrociti, osteoblasti e osteociti

2) La Matrice Extracellulare à composta da Fibre (elastiche e collagene), Sostanza fondamentale e proteine



Fig. 2 – organizzazione del tessuto connettivo


La Fascia, come risulta dallo schema proposta da F. Willard (2007), è suddivisa in due livelli principali: (superficiale e profondo, ad eccezione della regione palmare e plantare) e in tre sistemi (biomeccanico, meningeo e viscerale). Tuttavia, i due livelli principali della fascia sono separati da tessuto adiposo (definito come strato INTERMEDIO) ed in esso si ritrova un reticolo di tralci connettivali che interconnettono i diversi strati.

- FASCIA SUPERFICIALE: è lo strato più esterno e che ricopre l’intero corpo. La fascia superficiale è composta da tessuto connettivo lasso e adiposo.

- FASCIA PROFONDA: si trova sotto la fascia superficiale ed è costituita da strati sovrapposti di fibre connettivali a diverso orientamento, che conferiscono ai vari livelli caratteristiche biomeccaniche diverse.

La fascia dunque mette in relazione e comunica con ogni sistema corporeo (dal SNC, ai visceri fino a muscoli ed articolazioni) ed è per questo che il suo ruolo nella corretta espressione della fisiologia dell’organismo è fondamentale. La FASCIA possiede diverse proprietà che gli consentono di ottemperare a diverse funzioni, queste caratteristiche più nello specifico sono:

- Tensegrità (Equilibrio Tensionale, ovvero la capacità di stabilizzare la struttura attraverso una tensione continua)

- Tixotropia (trasformazione isotermica reversibile da Gel a Sol, ovvero se il tessuto connettivo venisse sottoposto ad una forza di taglio sarebbe in grado di modificare la propria viscosità per rispondere al problema)

- Viscoelasticità (Scorrimento viscoso che garantisce il rilassamento degli sforzi, ovvero una tensione protratta nel tempo porterà ad un minor dispendio energetico per mantenere questa deformazione in quanto il tessuto fasciale si adatterà).

- Meccano-Trasduzione (capacità di un tessuto di trasdurre uno stimolo meccanico in uno chimico)

- Piezoelettricità (produzione di energia elettrica se il tessuto viene sottoposto a deformazione)

Dunque, alla luce di queste proprietà del sistema fasciale possiamo definire le funzioni e il ruolo che questo svolge all’interno del corpo umano. Da un punto di vista biomeccanico e strutturale sicuramente la fascia contribuisce a: favorire il movimento tra i diversi tessuti senza creare attriti, trasmettere il movimento dai muscoli alle ossa e articolazioni connesse, sostenere la componente neuro-vascolare che passa attraverso questi distretti e garantire protezione, sostegno e mobilità anche alla componente organico-viscerale. Come accennato in precedenza, però, i ruoli della fascia sono diversi e, soprattutto negli ultimi anni, sono emersi i seguenti:

- Secondo Robert Schleip (2012) la fascia è il più grande organo sensoriale del corpo. A partire dal trasmettere informazioni propriocettive (fondamentali per la gestione posturale e dell’equilibrio) ai centri superiori (Sistema Nervoso centrale), essendo questa ricca di recettori di Ruffini e Pacini. Ma non solo, il sistema fasciale presenta anche moltissime terminazioni libere per la nocicezione (trasmissione del dolore) e gran parte dei recettori per cogliere variazioni di pressione, temperatura e vibrazione.

- Sulla base del punto riportato precedentemente, la fascia ha una stretta comunicazione e influenza sul Sistema Nervoso Autonomo (SNA). Infatti, è stato studiato come la stimolazione delle Terminazioni Nervose Libere, presenti nel tessuto fasciale, possa influire sull’innalzamento della pressione sanguigna, come invece la stimolazione dei recettori di Ruffini all’interno di questo tessuto porti ad una minore attività Simpatica (“risposta di Lotta o Fuggi”) oppure come l’applicazione di pressione a livello dell’area addominale porti ad una maggiore attività vagale (parasimpatica, “riposa e digerisci”).

- Importante è anche il ruolo che questa svolge nella RIPARAZIONE dei tessuti. Infatti i fibroblasti presenti, modificandosi istologicamente in Mio-Fibroblasti, permettono di riunire i lembi o, in taluni casi, di ri-saldare lievi lesioni a livello della lamina basale e quindi consentire i processi di riparazione (con ripristino funzionale e strutturale completo) o sostituzione (con ripristino parziale). La guarigione delle ferite è molto variabile in quanto dipende da diversi fattori che sono: Il tessuto lesionato, la gravità della lesione e lo stato in cui verte l’organismo. Per una guarigione completa occorrono dai 60 ai 360 giorni in cui si passano diverse fasi che sono: Fase infiammatoria (0-5 giorni), Fase proliferativa (5-21 giorni), Fase di consolidamento (21-60 giorni) e Fase di Rimaneggiamento (60-360 giorni). Fattori che possono influenzare questo processo, creando Aderenze, Cheloidi o Desmoidi, sono alterazioni a livello Enzimatico della componente proteolitica (soprattutto durante la fase di rimaneggiamento) che possono essere causate da Deficit Nutrizionali, fattori metabolico-ormonali o sovrapposizioni infettive. Importante è aprire una parentesi riguardo il processo di riparazione, infatti, per fare sì che questo avvenga è necessario che le cellule siano sottoposte a stimoli meccanici. La ricerca ha evidenziato come la stabilità tendinea e legamentosa venga ridotta dell’80% dopo 4 settimane di immobilizzazione.

- La FASCIA è fondamentale nel promuovere il movimento del flusso linfatico e sanguigno, grazie alla sua capacità intrinseca contrattile e grazie ai differenti gradienti pressori che si creano tra i vari strati.

- Il Sistema Fasciale può essere considerato anche come “organo di memoria” in quanto memorizza le funzioni dei tessuti che avvolge e connette e le funzioni/informazioni che dipartono dai medesimi.


APPLICAZIONE CLINICA IN OSTEOPATIA

Principi d’applicazione nel trattamento fasciale. Come combatto i dolori?

Sulla base di quanto detto precedentemente, il sistema fasciale diviene fondamentale per la gestione della corretta fisiologia dell’organismo, infatti una sua “disfunzione” può determinare dolore e limitazioni. Per immaginare metaforicamente una situazione disfunzionale di questo sistema, si può paragonare il tessuto ad un elastico che viene lasciato per diverso tempo all’esposizione solare. Questo, ovviamente, perderà le sue capacità elastiche e morfologiche diventando meno predisposto alle forze di trazione, allo stesso modo un tessuto fasciale che ha subito un trauma o che viene meno delle sue componenti fondamentali (parlo soprattutto di acqua) risulterà meno efficiente e non ottempererà correttamente a tutte le sue funzioni. Ecco spiegato anche uno dei tanti motivi per cui è consigliato mantenere una buona idratazione e mobilità. Viene facile immaginare che un lavoro inefficiente del tessuto fasciale porti a disequilibri posturali, i quali potrebbero determinare quei fastidiosi dolori (Lombalgie, cervicalgie, sciatalgie non di causa radicolopatia ecc…) che permangono per anni o addirittura creare dei veri e propri disturbi a causa degli adattamenti posturali adottati. È doveroso, però, sfatare il mito della “postura perfetta”, infatti possiamo chiaramente dire che questa NON esiste, o meglio viene definita come postura corretta quella disposizione del nostro corpo nello spazio tale per cui le richieste energetiche di mantenimento siano le migliori possibili (in assenza di dolore) e non il banale “stare dritti”. Il dolore, nel nostro corpo è il “campanello d’allarme”, ovvero la coscientizzazione di uno evento o elemento definito “stressogeno” per l’organismo. Prima della comparsa del dolore, infatti, esistono diversi Step di risposta del nostro corpo (in primis l’infiammazione Neurogena, per cui non voglio dilungarmi in quanto servirebbe un articolo solamente per la sua spiegazione), che ci preparano a rispondere prontamente, mobilizzando il nostro sistema immunitario per creare infiammazione e successivamente per riparare ciò che è stato leso. Ovviamente, come tutti sappiamo, diverse sono le cause di dolore, a partire da un evento traumatico fino ad arrivare ad un continuo “errore” nella gestione della fisiologia del tratto interessato. Un esempio della seconda ipotesi potrebbe essere la famosa cervicalgia da “smartphone” dove il prolungato atteggiamento in flessione del capo porta ad un rimodellamento della componente tissutale, verso uno stato più fibrotico, in modo da diventare più resistente per sopperire all’aumentata forza di carico, compromettendo quindi l’elasticità del tessuto, il corretto Range di Movimento e facilitando dunque l’insorgenza di dolori. Ricollegandoci a ciò mi piacerebbe citare una frase di A.T. Still: “La vita è movimento, il movimento è vita”, infatti ciò che non si muove è destinato a degenerare, dunque una qualsiasi area corporea che viene limitata è molto più facile che vada incontro a dolori e problematiche. Il compito dell’osteopata sarà quello di valutare visivamente e manualmente (tramite test e palpazione) ciò che sta perturbando il sistema corpo, cercando di ripristinare la corretta omeostasi abbandonando lo stato di para-fisiologia in cui verte l’organismo. Diventa dunque importante agire il prima possibile per risolvere il problema, infatti dopo i 3 mesi un dolore cronicizza. Il Dolore cronico è dato da una sensibilizzazione della componente neurologica prima a livello periferico e poi a livello centrale, essenzialmente vengono ri-programmanti alcuni nostri schemi comportamentali (a livello cerebrale) che creeranno un circolo di auto-alimentazione del problema (meccanismo a feed-forward) che porterà all’istaurarsi di una stimolo condizionato negativo (supportato dall’attività corticale a livello della Corteccia Cingolata anteriore, dell’amigdala e del sistema limbico stesso) e ad un alterazione dei nostri assi neuro-endocrini (HPA). Queste alterazioni neuro-ormonali vedranno uno squilibro a favore della componente “pro-infiammatoria” e di risposta da parte del sistema Ortosimpatico (con maggiore fluttuazione di corticosteroidi, Adrenalina ecc..) a cui conseguirà un’alterazione dei nostri cicli circadiani, di alcune funzioni organiche e sistemiche (molto coinvolta è la parte Gastro-Enterica e immunitaria) e talvolta si associano anche disturbi dell’umore verso lo stato ansioso-depressivo (Fig. 3)




Fig. 3. Rappresentazione dei sistemi di modulazione del dolore

Nella pratica osteopatica esistono diversi modi per approcciare direttamente LA FASCIA e, vista la sua stretta relazione con l’intero organismo, interagire indirettamente anche con diversi sistemi. Il trattamento osteopatico fasciale, consiste nella ri-armonizzazione e il riequilibrio della componente di tensione della “fascia”. Come detto il “Sistema Fasciale” è il mezzo di collegamento e di relazione fra le varie strutture corporee, nello specifico: ossa, muscoli, legamenti e visceri. Essi sono tutti quanti collegati da questa struttura; la “fascia”. Questo è il motivo per cui in osteopatia si parla di “globalità dell’individuo”, perché spesso un dolore in una zona corporea è solo un sintomo e la causa può essere altrove. Il trattamento osteopatico fasciale è fondamentale affinché i risultati delle correzioni articolari si mantengano nel tempo. Questo mira a correggere il movimento di trazione della fascia e ad avere un rilasciamento sulla tensione dei tessuti per garantire una corretta omeostasi in ogni singola parte del corpo e per “riprogrammare” la memoria dei tessuti (intervenendo sulle componenti esterocettive della fascia). Inoltre, il trattamento permetterà di lavorare anche su quella che è la modulazione del dolore da parte del nostro sistema nervoso, andando ad innalzare la soglia di scarica (che a causa della sensibilizzazione recettoriale tende ad abbassarsi), ripristinandone lo stato corretto, permettendoci di contrastare quei dolori che ci perseguitano anche da diversi anni. Ricapitolando, quando il continuum fasciale subisce un trauma diretto od indiretto va incontro ad una riduzione di scorrimento dei diversi piani fasciali e ciò potrebbe essere fonte di dolore. In particolare, alcuni studi sostengono che possa diventare responsabile di fenomeni come l’allodinia, processo per cui si ha una sovra-eccitazione microgliale spinale che creerà un circolo vizioso per cui si giungerà ad un dolore definibile neuropatico. Dunque diventa necessario intervenire per ottimizzare la situazione e dunque portare in armonia l’intero sistema.

Il Nervo Periferico e La Fascia

Come detto in precedenza, il continuum fasciale interconnette ogni struttura ed un ruolo molto importante lo svolge a livello neurologico periferico. Infatti, lo scivolamento del nervo tra i vari tessuti è fondamentale, affinché lo stress meccanico che questo subisce non limiti le proprie capacità di adattamento e rigenerazione. I nervi, in particolare, possiedono una struttura fasciale organizzata in 3 strati: Endonervio, Perinervio ed Epinervi che sono innervati a loro volta (dai Nervi Nervorum) e che hanno un sottile ma, potenzialmente, importante plesso di nocicettori. Dunque, anche a questo livello è possibile che, in caso di stress meccanico, si ricrei una neuro-infiammazione che possa dare origine a dolore locale oppure anche disestesico e distante.

Quando sussiste un impedimento di scorrimento del nervo, aumenta la rigidità anche delle strutture annesse al movimento articolare ed una diminuita capacità di allungamento del nervo potrebbe compromettere l’integrità endoneurale scaturendo poi in un danno visibile a livello dell’epinervio. Quindi, ripetitivi allungamenti di un nervo con proprietà fasciale elastica ridotta, indurranno ulteriore incapacità di scorrimento di questo, diminuendo il flusso sanguigno e portando probabili processi di ischemia. Per fare un esempio, lo stesso utilizzo del mouse del computer per un periodo prolungato porta a ridurre la capacità di scorrimento del nervo mediano, con possibili conseguenze patologiche di compressione neurologica (Tunnel Carpale). Dunque il compito dell’osteopata sarà quello di ripristinare il corretto scorrimento tissutale, riducendo le aderenze a favorendo il ripristino della corretta circolazione fluidica.









L’importanza delle cicatrici

La cicatrice è il tessuto di guarigione che si forma sulle ferite al termine del processo di riparazione. Se quest’ultima avviene in modo anomalo, possono generarsi cicatrici patologiche ed aderenze, che vanno a disturbare le trasmissioni delle informazioni all’interno dell’organismo, con conseguenze negative su diversi sistemi. Non appena un tessuto viene leso, inizia subito il processo di guarigione che possiamo classificare in 3 fasi (4 se si considera l’emostasi, Fig. 4): infiammatoria della durata di 3-4 giorni, riparativa proliferativa per le tre settimane successive, e fase di maturazione che può durare fino a uno o due anni.



Fig. 4 – Processo di guarigione

Durante il processo di guarigione della ferita, entrano in gioco numerosi fattori che influenzano la velocità e la qualità della riparazione della lesione. Inoltre agiscono anche molteplici fattori individuali sistemici, come ad esempio età, alimentazione, stato metabolico, circolazione, alcuni ormoni, infezioni, fattori meccanici, corpi estranei e dimensione/localizzazione e tipo di lesione. Come detto in precedenza, si possono avere complicanze nella guarigione delle ferite, causate da alterazioni di una qualsiasi delle componenti fondamentali del processo di riparazione e formazione delle cicatrici. Alterazioni che possono essere accorpate in tre macro categorie: insufficiente formazione della cicatrice, eccessiva produzione delle componenti del processo di riparazione e formazione di contratture. Il trattamento osteopatico, con le proprie tecniche fasciali, risulta utile per la gestione delle aderenze dei piani di scorrimento che si sono venute a creare a causa di cicatrici patologiche e che sono fonte di disturbi, anche in punti distanti del corpo. Le aderenze cicatriziali accumulano tensioni e generano problemi di mobilità dei tessuti circostanti, od ostacolano la circolazione sanguigna o linfatica; in pratica limitano i nostri movimenti. L’osteopata è in grado di individuare e trattare le tensioni dovute alle cicatrici, al fine di ripristinarne la mobilità.





Funzione Neurovegetativa del trattamento fasciale.

Come detto precedentemente ed in associazione a recenti studi è molto importante il ruolo che il continuum fasciale svolge a livello neurovegetativo, con un forte impatto nella regolazione del nostro SNA (sistema nervoso autonomo). Sulla base di queste nozioni si può dunque ipotizzare l’azione che il trattamento manuale osteopatico possa avere indirettamente sulla gestione omeostatica del nostro sistema corpo. Il fatto che si possa influire sul sistema neurovegetativo, rappresenta da più di un secolo uno dei capisaldi delle principali terapie manuali. Negli ultimi anni, alcuni studi hanno riportato come il trattamento osteopatico e la normalizzazione dello scorrimento dei tessuti, influisca positivamente sull’organismo riducendo eventuali sovraccarichi allostatici che comprometterebbero la regolare fisiologia. Infatti, tramite lo studio di diverse variabili tra cui il livello delle catecolamine circolanti, lo stato della fisiologia cutanea e la variabilità cardiaca (HRV) è stato possibile definire come alcune tecniche stimolino l’azione vagale al fine di ridurre l’iper-ortosimpaticotonia (dovuta ad una maggiore attivazione dell’asse dello stress, HPA).


CONCLUSIONI

In conclusione si può dire che noi siamo una “fascia che cammina”, bisogna entrare nell’ottica di un corpo umano alla stregua di un’unità funzionale dove, senza alcun confine o segmento limitante, ogni area è in comunicazione in un perfetto equilibrio tensegretivo. Il tessuto fasciale si ritrova ubiquitariamente distribuito nel corpo umano, avvolgendolo ed interagendo con esso. Queste connessioni determinano chi siamo, come siamo e in che modo gestiamo la nostra autonomia. Un solo tassello disfunzionale, in questo perfetto equilibrio, porta degli adattamenti, che per necessità devono essere compresi e gestiti nel migliore dei modi, affinchè non si vada a sovraccaricare la disponibilità energetica (allostasi) dell’intero organismo. La figura dell’osteopata subentra in questo interessante schema come colui che può aiutare a re-indirizzare sui binari giusti l’individuo, risolvendo le disfunzioni alla base e fornendo le armi necessarie per combatterle. L’Osteopatia, infatti, con il suo approccio causale e non sintomatologico, andrà ad analizzare a fondo la situazione con il fine di scovare e rimuovere quel tassello disfunzionale che sta perturbando l’intero equilibrio, in modo da spingere il copro verso una sua completa auto-guarigione.


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